Storie d’Irlanda: dalla restaurazione del gaelico irlandese all’unione nel rugby

2 Apr , 2025 - Storia e cultura

Storie d’Irlanda: dalla restaurazione del gaelico irlandese all’unione nel rugby

Qualche settimana fa mi è capitato di rileggere un passaggio tratto dal celebre romanzo di James Joyce: A Portrait of the Artist as a Young Man (1916). Ho pensato come il protagonista del romanzo, Stephen Dedalus, riesca a tracciare una prospettiva singolare in riferimento alla posizione di una persona di origine irlandese, parlante la lingua inglese nel contesto storico del tardo diciannovesimo secolo. Infatti, attraverso uno scambio di riflessioni con il decano inglese del collegio gesuita, Stephen decostruisce mirabilmente la rigida opposizione tra inglese e irlandese: “His language, so familiar and so foreign, will always be for me an acquired speech”. (Joyce, 1916: 195)

La lingua inglese possiede per lui una sfumatura di familiarità e di estraneità al tempo stesso, ma sarà solo attraverso lo sviluppo della dinamica narrativa che il gaelico emergerà progressivamente come lingua esotica. Nel romanzo autobiografico sulla formazione dell’artista, troviamo un episodio significativo che intensifica ulteriormente il processo di rivoluzione della parola messo in atto da Joyce: il giovane Stephen diventa consapevole del fatto che un unico oggetto, una specie di imbuto usato per mettere l’olio nella lampada, si chiama ‘funnel’ per il decano (termine tipico dell’inglese britannico) e ‘tundish’ per lui (termine proprio della variante anglo-irlandese).

La rivolta per l’indipendenza  

Il genio creativo di Joyce trova le proprie radici nella storia d’Irlanda, una terra sottoposta per un lungo periodo al dominio del potere britannico e caratterizzata da una cospicua fase di guerre, lotte e rivoluzioni. Nello specifico, il periodo pasquale assume un valore importantissimo per la popolazione irlandese. Durante la prima guerra mondiale, precisamente il 24 aprile (lunedì di Pasqua) del 1916, diverse organizzazioni nazionaliste cercarono di occupare gli edifici pubblici nei punti nevralgici della città di Dublino. Gli inglesi furono colti di sorpresa dalla mossa dei ribelli, ma replicarono in poco tempo con un massiccio invio di uomini e mezzi, placando così gli scontri e provocando un gran numero di vittime tra i civili. La sconfitta militare scatenò un profondo cambiamento nella coscienza del popolo irlandese. Non a caso, a seguito della Rivolta di Pasqua (Èirì Amach Càsca in gaelico), il consenso per il partito nazionalista Sinn Féin aumentò in maniera decisiva. Alle elezioni del 1918 quest’ultimo ottenne la maggioranza dei voti, i suoi eletti rifiutarono di sedersi nel Parlamento inglese, tracciando la strada per l’indipendenza, ottenuta ufficialmente tramite la dichiarazione dello Stato libero d’Irlanda il sei dicembre del 1922. Solo quindici anni dopo, le ventisei contee del sud formarono l’EIRE e nel 1948 si dissociarono dal British Commonwealth con la dichiarazione della Repubblica d’Irlanda.

O’Connell Street a Dublino dopo la Rivolta di Pasqua

Nello stesso periodo l’esecutivo nord-irlandese subì una serie di stravolgimenti interni: il 30 gennaio 1972, il primo Battaglione del Reggimento Paracadutisti dell’esercito britannico colpì una folla di manifestanti per i diritti civili, causando la morte di tredici persone e alimentando contemporaneamente la campagna dell’IRA contro l’occupazione inglese dell’Irlanda del Nord. La risoluzione del conflitto avvenne tramite il “Good Friday Agreement” (in gaelico Comhaontú Aoine an Chéasta) del 1998, un accordo che prevedeva la reintroduzione del parlamento nordirlandese, stabilendo inoltre che il governo locale avrebbe rispettato la rappresentatività di tutti i maggiori partiti. Con questo trattato, la Repubblica d’Irlanda espresse la decisione di rinunciare ufficialmente a ogni pretesa sulle sei contee dell’Ulster. Il Regno Unito si dimostrò disponibile alla formazione di una legislazione per un’Irlanda unita, qualora questa fosse la volontà della maggior parte del popolo nordirlandese. Il rapporto conflittuale tra cattolici e protestanti, sfociato nei difficili anni dei Troubles, viene ancora oggi simboleggiato dal sunken wall, un muro nel cimitero cittadino di Belfast che separa le anime protestanti ed ebraiche da quelle cattoliche. La storia linguistica dello stato irlandese e le relative politiche sociali e religiose adoperate nel corso degli anni rientrano in quella che può essere definita l’esperienza del complesso coloniale. L’insieme di queste condizioni ha portato inevitabilmente all’evolversi di varie difficoltà all’interno del tessuto sociale del paese, a partire proprio dalla questione linguistica.

La restaurazione della lingua irlandese

Occorre precisare che l’articolo 8 della Costituzione d’Irlanda (Bunreacht na hÉireann in gaelico), promulgata dal plebiscito il primo luglio del 1937, riconosce la lingua irlandese come lingua nazionale e prima lingua ufficiale del paese, mentre l’inglese viene individuato come seconda lingua ufficiale. In relazione al suddetto documento, redatto sia in inglese sia in gaelico, le leggi avrebbero dovuto stabilire in quali casi si sarebbe optato per un uso esclusivo delle due lingue per uno o più scopi ufficiali, in tutto lo Stato o in qualsiasi parte di esso. Nell’eventualità di un possibile conflitto tra le due versioni, l’articolo venticinque stabilisce esplicitamente la predominanza del documento nella lingua nazionale.

La Costituzione è stata presentata in entrambe le lingue su insistenza politica di Éamon de Valera, attivista per l’indipendenza irlandese, primo ministro e presidente della Repubblica d’Irlanda (1959-1973). La fine del governo di de Valera è stata seguita da un periodo di rapida ascesa economica e sociale per il paese, attraverso il quale la politica di autosufficienza e protezionismo è stata gradualmente sostituita dall’apertura verso gli investimenti stranieri, pensati per la conquista del mercato capitalistico internazionale. In questo contesto l’attenzione posta alla questione della lingua subì un netto calo. Se da un lato O’Donovan descrisse i parlanti irlandesi come ‘local jargons’, dall’altro O’Curry sostenne che coloro i quali fossero intenzionati ad apprendere il gaelico dovevano essere conteggiati prima che la morte della lingua avesse reso questo compito concretamente impossibile (Greene, 1972: 13).

La risposta governativa nei confronti dell’evidente crisi della lingua avvenne nel 1963 con la fondazione della Commission on the Restoration of the Irish Language (conosciuta in gaelico con il nome Comisiùn um Athbheochan na Gaelige), impegnata attivamente nella realizzazione di un documento dal titolo “The Restoration of the Irish Language/Athbheochan na Gaeilge”, incentrato sul recupero del gaelico ‘as a living language’ e finalizzato alla conoscenza degli elementi essenziali della tradizione propriamente irlandese. Athbheochan na Gaeilge voleva essenzialmente dimostrare che l’educazione di un bambino irlandese non poteva essere considerata completa senza una buona conoscenza della lingua nazionale del paese. Spostando lo sguardo verso la situazione dell’Irlanda del Nord, l’ideologia comune era quella che uno stato protestante dovesse mantenere fede alla lingua inglese in maniera quasi esclusiva.

Il vero punto di svolta nella storia dell’isola è rappresentato dalla conciliazione avvenuta tramite il “Belfast Agreement”, un accordo necessario ed essenziale per ridefinire i diritti di sicurezza e uguaglianza economica, sociale e culturale, così come viene esplicitamente sancito dal terzo punto del documento: “All participants recognise the importance of respect, understanding and tolerance in relation to linguistic diversity, including in Northern Ireland, the Irish language, Ulster-Scots and the languages of the various ethnic communities, all of which are part of the cultural wealth of the island of Ireland” (The Belfast Agreement 1998: 24).

Il governo inglese, soprattutto a seguito dell’approvazione della Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, dichiarò conseguenzialmente di impegnarsi attivamente nella promozione della lingua, di facilitarne l’uso scritto e orale sia nella sfera pubblica sia nella sfera privata. Malgrado l’impegno iniziale, lo Stato irlandese è stato più volte incalzato dalla richiesta della Corte Suprema di rispettare gli obblighi costituzionali in riferimento alle problematiche di carattere linguistico. “The Official Languages Act” (in gaelico Acht na dTeangacha Oifigiúla) rappresenta in tal senso un tentativo da parte del governo di implementare delle misure effettive, atte a garantire l’uso di entrambe le lingue negli uffici istituzionali e pubblici. Lo scopo essenziale del documento mira al riconoscimento uniforme dell’inglese e del gaelico in particolar modo per quanto concerne la pubblicazione di tutti gli atti del parlamento, la produzione pubblicitaria, l’uso della segnaletica e il diritto dei consumatori di ricevere risposta nella lingua che preferiscono scegliere.

La segnaletica dell’aeroporto di Dublino riporta sia il gaelico irlandese sia la lingua inglese

Questo atto legislativo si presenta come parte integrante dell’ambizioso progetto ‘Twenty year Strategy the Irish Language’ promosso dal Department of Culture, Heritage and the Gaeltacht che si prefigge di incrementare il numero di persone con una buona conoscenza del gaelico fino a due milioni e di raggiungere il grande traguardo di circa 250,000 parlanti attivi giornalmente, producendo un significativo cambiamento delle statistiche attuali.

Le interrelazioni tra le lingue parlate in Irlanda risulteranno sempre più complesse a causa del continuo sovrapponimento di diversi fattori, generati (tra i tanti motivi) dalla continua emigrazione e immigrazione delle popolazioni, due condizioni destinate a identificare una nuova rivoluzione della parola.

L’Irlanda unita nel rugby

Nella storia irlandese il rugby sembra costituire un’eccezione rispetto alla storica divisione dell’isola. Innanzitutto, in Irlanda esiste un’unica federazione, l’Irish Rugby and Football Union, che mette insieme tutte le province irlandesi: Leinster, Connacht, Munster e l’Ulster (nell’Irlanda del Nord, appartenente al Regno Unito). Inoltre, ci sono due inni nazionali: quello repubblicano (“La Canzone del Soldato”, Amhrán na bhFiann in gaelico) e quello della Nazionale, “Ireland’s Call”. Nelle partite casalinghe vengono cantati entrambi gli inni, mentre fuori casa l’inno unico rimane Ireland’s Call. In precedenza, si cantava “God Save the Queen” quando la Nazionale giocava a Belfast.

Come è stata unita l’Irlanda nel rugby? Anche in questo caso la strada è tortuosa ed è stata purtroppo macchiata dal sangue.

In occasione della prima Coppa del Mondo nella storia del rugby, risalente al 1987, la nazionale irlandese era formata da giocatori che venivano da ogni parte dell’isola. Nella provincia dell’Ulster in particolare avvenivano violenti scontri tra la fazione protestante e l’IRA, l’Irish Republican Army. In quell’anno dieci giocatori della nazionale provenivano proprio dall’Ulster. Quando la squadra si riuniva a Dublino per allenarsi, la polizia repubblicana, An Garda Síochána, doveva scortare i giocatori nord irlandesi. Le trasferte erano scomode, ma sicure. Tuttavia, un giorno, nonostante gli allenamenti fossero previsti per la solita ora nello stadio di Dublino, i giocatori provenienti da Belfast, ovvero David Irwin, Nigel Carr e Philip Rainey dell’Ulster, non si presentarono. Dopo aver varcato il confine, la loro auto incrociò nello stesso momento quella del giudice dell’Alta corte dell’Irlanda del Nord, Lord Justice Gibson e sua moglie, Lady Gibson. In qualità di giudice, l’uomo era uno dei bersagli dell’IRA. Alcuni attivisti, in un’auto parcheggiata a poche miglia oltre il confine, avevano posizionato una bomba di 220 chili, fatta esplodere al passaggio dei Gibson. I coniugi morirono all’istante, mentre i giocatori furono investiti dall’esplosione. Sopravvissero tutti, ma Carr dovette rinunciare alla sua carriera da rugbista.

Il tragico incidente al confine dell’Ulster

La vicenda mise in evidenza l’unicità di una nazionale i cui giocatori appartengono di fatto a due nazioni diverse, una delle due minacciata costantemente da attacchi terroristici. Convocare, riunire, allenare e far scendere in campo questi giocatori rappresentava contemporaneamente una sfida e un pericolo. Inoltre, fino a quel momento la squadra non aveva neanche un inno nazionale, dimostrando una certa carenza identitaria. Bisognava riempire quel vuoto. La federazione tirò fuori in fretta e furia una ballata popolare irlandese, “The rose of Tralee”, di James Last che non piacque per niente al pubblico e ai giocatori.

Si aprì un dibattito molto acceso e solo dopo otto anni venne chiesto al compositore Phil Coulter di scrivere un inno per la nazionale. Per la Coppa del Mondo del 1995 in Sudafrica, l’Irlanda aveva finalmente un brano in grado di accontentare e unire Nord e Sud: Ireland’s Call.

In aggiunta, nell’ultimo decennio ci sono stati ulteriori cambiamenti. La canzone “Zombie”, singolo del 1994, tratto dall’album “No Need to Argue” dei The Cranberries, una band originaria di Limerick, città della provincia di Munster (zona Sud-Ovest dell’Ireland), è diventata ormai l’inno non-ufficiale della nazionale irlandese. Curiosando in rete si trovano diversi video che fanno capire il motivo per il quale questa canzone abbia suscitato così tanta attenzione. Tra gli spalti si genera una dimensione quasi magica, la voce di Dolores O’Riordan viene sovrastata dal coro energico dei tifosi che supportano la squadra. “Zombie” è stata adottata per la prima volta dai tifosi del Munster Rugby ed è poi passata nel repertorio dei Mondiali, come succede spesso per le squadre sportive ai massimi livelli.

Secondo alcuni, cantare questa canzone sarebbe una mancanza di rispetto nei confronti del popolo nordirlandese, per tutto quello che hanno dovuto affrontare durante il conflitto. In realtà, l’autrice ha più volte spiegato che il testo è stato scritto come reazione all’attentato di Warrington, progettato dall’IRA nel 1993, un evento che ha causato la morte di due bambini. La canzone non vuole avere un fine prettamente politico, bensì cerca di descrivere la disumanità della violenza che trasforma le persone in degli zombie. Come precisato dal quotidiano The Telegraph, la scelta di cantare Zombie non ha uno scopo politico, ma è semplicemente una canzone conosciuta da tutti che in qualche modo richiama l’Irlanda in una grande atmosfera.

Recentemente il rugby in Irlanda è stato al centro di alcune polemiche riguardanti la gestione dei fondi da parte dell’IRFU che nell’ultimo periodo ha privilegiato in particolar modo gli istituti privati. Un giovane aspirante sa che deve passare per certi ambienti se vuole coronare il sogno di giocare ad alti livelli. La lista dei convocati del torno del Sei Nazioni mostra chiaramente questo dato: la maggioranza dei giocatori proviene da scuole private (afferenti soprattutto al bacino di Dublino), solo una piccola percentuale da quelle pubbliche. La retorica del rugby come sport di “upper-class” si fa sempre più forte, ma fortunatamente sembra esserci un’inversione di tendenza grazie alla promozione di un piano strategico “Irish rugby: building success, together” che vuole potenziare questo sport in tutte le parti dell’isola, aggiungendo un altro tassello all’unificazione del territorio.

P.S.: Scrivendo l’articolo, mi è tornato in mente il giorno in cui ho visitato Belfast. Venivo da Dublino e ricordo che l’autista del pullman si era fermato in una zona meno centrale della città perché “entrare a Belfast con una targa di Dublino non era ancora ben tollerato”. È vero che gli anni violenti dei Troubles sono ormai finiti, ma permane una certa ostilità nell’aria. Ammetto che mi farebbe molto piacere tornare in Irlanda per vivere quest’isola con una consapevolezza diversa e magari vedere dal vivo una partita di rugby respirando quest’atmosfera così magica, come dimostrato dai video sottostanti.

P.P.S: E visto che si parla della canzone “Zombie” non posso fare a meno di condividere la versione in gaelico irlandese, prodotta da alcuni giovani ragazzi irlandesi. Ascoltala!

Bibliografia

Crowley, T. (2005), Wars of words, The Politcs of Language in Ireland 1537-2004, Oxford: Oxford University Press.

Greene, D. (1972), “The Founding of the Gaelic League” in Ó. Tuama eds. The Gaelic League Idea, Cork: Mercier, pp. 9-19.

Joyce, J. (1916), A Potrait of the Artist as a Young Man, London: HarperCollins.

Joyce, J. (1976), Dedalus, Ritratto dell’artista da giovane, Milano: Adelphi Edizioni.

“The Belfast Agreement” (1998), online at: https://www.gov.uk/government/publications/thebelfast-agreement.

“Twenty year Strategy the Irish Language 2010-2030” (2010), online at:

https://www.chg.gov.ie/app/uploads/2015/07/20-Year-Strategy-English-version.pdf.

Mediagrafia

https://it.wikipedia.org/wiki/Rivolta_di_Pasqua

https://en.wikipedia.org/wiki/Official_Languages_Act_2003

https://www.newsletter.co.uk/news/people/lord-carswell-death-church-of-ireland-hails-penetrating-mind-of-northern-irelands-former-top-judge-who-spoke-out-against-obstructive-eu-and-whom-the-ira-tried-to-incinerate-4134299

https://www.independent.ie/opinion/letters/letters-a-truly-united-ireland-might-be-further-away-than-ever-before/a537411150.html


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