Narciso: l’incontro con sé stessi e l’altro

1 Mar , 2026 - Letteratura,Storia e cultura

Narciso: l’incontro con sé stessi e l’altro

Il primo marzo in Galles si celebra il Saint David’s Day, la festa nazionale del santo patrono (in gallese Dydd Gŵyl Dewi), in commemorazione della sua morte avvenuta nel 589 d.C. In questa giornata di festa si svolgono parate e concerti nelle principali città gallesi, eventi che mettono in risalto la musica e la poesia in lingua gallese, senza dimenticare tra l’altro i numerosi festival enogastronomici con piatti tipici e tradizionali. Andando oltre l’aspetto prettamente religioso e ricreativo, lo scopo di questa celebrazione è quello di rimarcare l’identità culturale di un paese che ha affrontato un lungo processo di crisi e rinascita.

La biografia più antica di San Davide, tramandata in testi medievali come quelli del vescovo Rhygyfarch, riporta lo stile di vita di un uomo ricordato per il suo stile di vita ascetico, la fondazione di comunità monastiche e la predicazione del cristianesimo tra i popoli celtici della Britannia. Le sue ultime parole ai suoi seguaci – «Siate gioiosi, mantenete la fede e fate le piccole cose che mi avete sentito dire e visto fare» – rimangono un prezioso insegnamento della saggezza gallese.

Due simboli strettamente legati a questa festa sono il porro (the leek), associato anticamente alla tradizione militare e alla simbologia nazionale, e il narciso (the daffodil), fiore primaverile adottato come simbolo visivo della festa. Entrambi vengono indossati sui vestiti il 1° marzo come segno di appartenenza e orgoglio nazionale.

Il narciso non è solo un bellissimo fiore contraddistinto da un colore lucente, ma richiama direttamente uno dei temi più affascinanti e duraturi della letteratura occidentale. Il mito di Narciso attraversa i secoli, assumendo dei significati diversi che variano dall’allegoria morale alla riflessione psicologica moderna.

Il mito è narrato nel Libro III delle Metamorfosi di Ovidio. Nello specifico, Narciso è figlio della ninfa Liriope e del dio fluviale Cefiso. Alla nascita, l’indovino Tiresia predice che il giovane vivrà a lungo “se non conoscerà sé stesso” (si se non noverit). Cresciuto di straordinaria bellezza, Narciso respinge tutti coloro che si innamorano di lui, tra cui la ninfa Eco, condannata a ripetere solo le ultime parole altrui. Per punizione della sua crudeltà, la dea Nemesi lo fa innamorare della propria immagine, riflessa nell’acqua di una fonte. Narciso, ignaro che si tratti solo di un riflesso, tenta invano di abbracciarlo e, consumato dal desiderio impossibile, si lascia morire. Al suo posto nasce un fiore bianco con il cuore giallo: il narciso.

Lungi dall’essere un mito che affronta in maniera esclusiva il concetto superficiale di vanità, la vicenda rappresentata nasconde in realtà una profonda riflessione sul rapporto dell’uomo con sé stesso, con la propria immagine, o meglio, con l’illusione di essa. Narciso non ama realmente sé stesso, bensì un riflesso, e il suo errore risiede proprio nell’incapacità di distinguere la realtà dall’apparenza. Il mito mostra la fragilità di un’identità fondata esclusivamente sull’immagine: poiché Narciso esiste solo nella contemplazione del proprio riflesso, ogni tentativo di possederlo porta alla dissoluzione. La sua morte nasce dall’isolamento e dall’impossibilità di relazionarsi con gli altri, come dimostra anche il tragico destino della ninfa Eco. Inoltre, la sua incapacità di riconoscere il limite tra osservatore e osservato mette in evidenza una frattura interiore che lo conduce alla punizione divina inflitta da Nemesi, quasi a voler rappresentare un monito per l’uomo moderno: chi non riconosce il proprio mondo interiore è destinato a perdersi.

Caravaggio (attr.), Narciso, 1597-1599, olio su tela, cm 110 x 92, Gallerie Nazionali Barberini Corsini, Roma

Nel poemetto in versi The Disciple (1881), Oscar Wilde ripropone il mito di Narciso focalizzandosi non più sul giovane, bensì sulla fonte d’acqua che piange la sua morte. Quando Narciso muore, l’acqua della fonte si trasforma da dolce a salata a causa dell’immenso dolore. Le Oreadi, ovvero le ninfe del lago, confortano la fonte, credendo che pianga per la perdita della bellezza del giovane, ma la fonte rivela di piangere perché, attraverso gli occhi di Narciso, vedeva riflessa la propria bellezza: ‘But I loved Narcissus because, as he lay on my banks and looked down at me, in the mirror of his eyes I saw ever my own beauty mirrored.’  

L’amore per sé stessi, ovvero l’elemento di omoerotismo implicito nel mito di Narciso, e ancor più nella lettura ambivalente proposta nel poema, viene interpretato da Wilde come una forma di omosessualità, intesa dunque come l’espressione più elevata e spirituale dell’amore, in linea con la concezione platonica del tempo. La filosofia, l’estetica e la morale di Platone, approfonditamente studiate dal giovane classicista irlandese, vengono da lui assunte a modello di vita e a criterio di perfezione ideale, fungendo da guida per la sua riflessione sulla bellezza, sull’amore e sulla formazione estetica dell’individuo. Appare plausibile ipotizzare che Wilde consideri significativo il collegamento tra Narciso e la figura androginia di Tiresia, l’indovino androgino che conosce l’amore e la sessualità sia delle donne che degli uomini, ricalcando in tal senso il concetto di amore uranico, il legame spirituale tra uomini descritto da Platone nel Simposio (Romero Allué 2012: 421-423).

Nei passi del Fedro, il filosofo sviluppa una riflessione complessa sulla natura del desiderio amoroso, proponendo un’analogia tra il desiderio stesso e un flusso che scaturisce dall’oggetto amato. Questo flusso, assimilabile a un’onda di bellezza, non si limita a colpire l’amante, ma rimbalza su di lui come un’eco, permettendo all’amato di percepire in modo riflesso l’intensità del desiderio che lo riguarda. In tal modo, l’esperienza amorosa è descritta come un processo di specularità: chi ama vede nell’altro una sorta di immagine riflessa di sé e della propria passione, anche senza rendersene pienamente conto. Questo meccanismo, che Platone rappresenta come naturale e inevitabile, permette di cogliere la dimensione reciproca dell’amore, in cui desiderio e desiderato si incontrano e si riconoscono a vicenda (Pellizzer 1984: 34).

In tempi più recenti, il concetto di specchio ha assunto una valenza simbolica nell’analisi delle dinamiche dell’inconscio. In particolare, secondo la prospettiva della psicologia analitica junghiana, lo specchio non è inteso meramente come oggetto fisico, ma come metafora della funzione riflessiva della psiche, in cui l’io cosciente viene confrontato con contenuti inconsci altrimenti inaccessibili. Jung sottolinea come le immagini riflesse possano rivelare l’ombra, cioè quegli aspetti della personalità che vengono repressi o negati, offrendo un’occasione di integrazione e crescita all’interno del processo di individuazione. Tale simbolismo appare con frequenza nei sogni, nelle visioni alchemiche e nella mitologia, dove lo specchio funge da medium per l’autoconsapevolezza e per l’emergere di verità psichiche latenti, evidenziando la tensione tra realtà fenomenica e significato simbolico.

Inoltre, lo specchio può essere interpretato in termini relazionali, poiché riflette non solo l’immagine interna dell’individuo, ma anche le proiezioni che egli attribuisce agli altri. In quest’ottica, la relazione diventa una forma di specchio attraverso cui il soggetto può riconoscere e confrontare aspetti inconsci di sé, consolidando la funzione trasformativa della relazione interpersonale nel processo di scoperta del Sé (Caputo 2014: 277–290). La dinamica specchio-altro, pertanto, non solo manifesta la tensione tra conscio e inconscio, ma favorisce una maggiore comprensione integrata della psiche, sottolineando come la conoscenza di sé sia spesso mediata dall’esperienza dell’altro.

L’incontro con l’altro diventa il catalizzatore di un profondo cambiamento interiore, un risveglio che, seppur doloroso e caotico, si presenta come una preziosa opportunità di crescita. Mi viene in mente una citazione che descrive bene questa dinamica, presa in prestito da Il Barone Rampante di Italo Calvino: “Si conobbero. Lui conobbe lei e sé stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e sé stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così.”

Bibliografia

Allué, R. M. (2012). ««In the mirror of his eyes I saw my own beauty mirrored». Specchi e speculazioni sulle arti negli scritti di Oscar Wilde», in Giampaolo Borghello e Vincenzo Orioles (a cura di), Per Roberto Gusmani 1. Linguaggi, culture, letterature 2. Linguistica storica e teorica. Studi in ricordo, Udine, Forum, pp. 419-441.

Calvino, I. (ed. 2022), Il Barone Rampante. Milano: Mondadori.

Caputo, G. B. (2014). Archetypal‑Imaging and Mirror‑Gazing. Behavioral Sciences, 4(3), 277–290.

Jung, C. G. (1968). Psychology and Alchemy (Vol. 12). Princeton, NJ: Princeton University Press.

Ovidio, Metamorfosi, trad. it. di G. Faranda Villa, BUR, Milano.

Pellizer E. (1984) L’eco, lo specchio e la reciprocità amorosa. Una lettura del tema di Narciso in Quaderni Urbinati di Cultura Classica, New Series, Vol. 17, No. 2, pp. 21-35, Università di Trieste.

Wilde, O. (1997), The Disciple in O. Wilde, The Collected Works of Oscar Wilde, Ware: Wordsworth.

Mediagrafia


,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *