Ernest! My own Ernest!
I felt from the first time that
you could have no other name!
(Wilde 1997: 715)
Il titolo della commedia teatrale di Oscar Wilde, The Importance of Being Earnest (1895), si muove sul doppio filo interpretativo dell’omofonia: se da un lato l’aggettivo inglese earnest si riferisce a caratteristiche quali la sincerità, la serietà o la scrupolosità; dall’altro lato, la seconda accezione costituisce un rimando al nome proprio di persona Ernest. Questo gioco di parole non solo rappresenta un serio problema di traduzione per l’edizione italiana dell’opera, ma riesce anche a mettere in discussione la questione sul contenuto di un nome.
L’etimologia del verbo italiano tradurre, derivante dalla contrazione latina di trans e ducere con il significato di “condurre attraverso, trasportare al di là”, descrive mirabilmente la metafora della traversata e del passaggio che connota ogni atto traduttivo. Tuttavia, il processo di traduzione non può essere ridotto a una semplice trasposizione di contenuto tra codici linguistici diversi, realizzata attraverso la sistematica interpretazione di un testo di partenza (prototesto) e la conseguente produzione di un testo di arrivo (metatesto). È doveroso analizzare questo concetto all’interno di una prospettiva teorica molto più ampia che sia in grado di inglobare l’apporto essenziale di altre discipline. Il termine traduzione ha acquisito nel corso del tempo numerose sfumature di significato, rifacendosi continuamente a modelli teorici e metodologici differenti. Alla distinzione tra traduzione scritta e orale, si sono aggiunti ambiti specifici quali la traduzione letteraria, specialistica, audiovisiva, la localizzazione e lo studio dei corpora, per citare solo alcuni esempi.
Un punto di riferimento centrale per le teorizzazioni successive è rappresentato dalla tripartizione delineata dal linguista russo Roman Jakobson nel saggio intitolato On linguistic aspects of translation (1959). Secondo lo studioso, esistono tre forme di interpretazione di un segno linguistico:
La traduzione endolinguistica o riformulazione consiste nell’interpretazione dei segni linguistici per mezzo di altri segni della stessa lingua;
La traduzione interlinguistica o traduzione propriamente detta consiste nell’interpretazione dei segni linguistici per mezzo di un’altra lingua;
La traduzione intersemiotica o trasmutazione consiste nell’interpretazione dei segni linguistici per mezzo di sistemi di segni non linguistici. (Jakobson 1994: 57)
La difficoltà maggiore della traduzione consiste nell’impossibilità di tradurre perfettamente un messaggio da una lingua all’altra. La presenza di codici linguistici diversi ostacola la realizzazione di un’equivalenza assoluta dei segni linguistici: “L’equivalenza nella differenza è il problema centrale del linguaggio e l’oggetto fondamentale della linguistica.” (ivi: 58)
Il legame tra significato ed equivalenza è diventato un tema ricorrente nell’ambito degli studi di traduzione grazie alla pubblicazione di due opere fondamentali: Toward a Science of Translating (1964) di Eugene Nida e The Theory and Practice of Translation (1969), scritto insieme a Charles Taber. Il loro approccio prende in prestito alcuni concetti teorici riguardanti la semantica e la pragmatica, con speciale attenzione per la grammatica generativa trasformazionale di Noam Chomsky. Nello specifico, la struttura superficiale del testo di partenza viene analizzata seguendo gli elementi di base della struttura profonda. Questi ultimi vengono successivamente trasferiti all’interno del processo di traduzione e ristrutturati da un punto di vista semantico e stilistico, per poi confluire nella struttura finale del testo di arrivo. In questo contesto, il termine kernel assume un significato strategico: “kernels […] are the basic structural elements out of which language builds its elaborate surface structures.” (Nida & Taber 1982: 39) Così come le frasi di base (kernel sentences) rappresentano l’organizzazione centrale del modello iniziale di Chomsky, allo stesso modo anche per Nida e Taber esistono quattro categorie funzionali (azioni/eventi, oggetti, astratti, relazionali) ravvisabili nel prototesto e soggetti a una successiva trasformazione.
Ciò comporta il superamento dell’idea secondo la quale esista un solo significato fisso per ogni parola e la progressiva realizzazione di una definizione funzionale, in base alla quale una parola acquisisce significato attraverso il suo contesto, producendo al tempo stesso risposte diverse a seconda della specifica cultura. Il dibattito critico sulla traduzione letterale, libera o fedele, viene scartato in favore di due ‘orientamenti di base’ o ‘tipi di equivalenza’ che vengono descritti come equivalenza formale ed equivalenza dinamica.
L’equivalenza formale è orientata sulla struttura del testo di partenza, in quanto focalizza l’attenzione sul messaggio sia nella forma che nel contenuto. La preoccupazione maggiore risiede nel tentativo di avvicinare il più possibile il messaggio nella lingua di arrivo agli elementi della lingua di partenza (Nida 1964: 159). L’equivalenza dinamica si basa sul principio dell’effetto equivalente, secondo il quale la relazione tra ricevente e messaggio deve essere sostanzialmente la stessa di quella che regge la relazione tra i riceventi e il messaggio originale. Il messaggio deve essere però adattato alle necessità linguistiche e alle aspettative culturali del ricevente per tendere, in ultima istanza, alla totale naturalezza dell’espressione (ibidem: 159). La naturalezza diventa così un requisito fondamentale nell’ottica di Nida che sottolinea come lo scopo dell’equivalenza dinamica sia quello di ricercare “the closest natural equivalent to the source-language message” (ivi: 164).
Il principio dell’effetto equivalente è stato oggetto di numerose critiche riguardanti il carattere marcatamente soggettivo di questa teorizzazione. Rimane difficile stabilire se un traduttore segua o meno queste procedure nell’atto pratico. Nonostante ciò, la descrizione dettagliata sulla realtà dei fenomeni traduttivi presentata da Nida in una grande varietà di lingue ha contribuito a formalizzare in termini più precisi il dibattito teorico sulla traduzione.
Contestando il principio dell’effetto equivalente, Peter Newmark indica una nuova terminologia per arrivare al superamento del divario tra traduzione orientata alla lingua di partenza (source oriented) e traduzione orientata alla lingua di arrivo (target oriented). In Approaches to Translation (1981), Newmark propone una distinzione tra traduzione comunicativa e traduzione semantica. La prima mette in pratica una rielaborazione della sintassi al fine di produrre sui lettori un effetto simile a quello ottenuto sui lettori del testo di partenza. Al contrario, la seconda cerca di rimanere nell’ambito della cultura propria dell’autore con l’intento di mantenere gli elementi formali e figurati dell’originale, compresi gli effetti sonori e la lunghezza del periodo. (Newmark 2001:39) Secondo lo studioso, se esiste un conflitto tra le due tipologie di traduzione, quella comunicativa deve prevalere.
Un contributo importante per ridefinire il concetto di equivalenza è stato apportato da Werner Koller tramite la pubblicazione del libro Einführung in die Übersetzungswissenschaft (1979). Il termine equivalenza viene esaminato in maniera approfondita insieme al relativo concetto di corrispondenza. La nozione di corrispondenza (Korrespondenz) ricade nel campo della linguistica contrastiva che mette a confronto due sistemi linguistici e definisce le differenze e le somiglianze in termini contrastivi. L’equivalenza (Äquivalenz) si riferisce ai termini equivalenti all’interno di specifiche coppie e contesti tra il testo di partenza e il testo di arrivo. (Koller 2004: 176-91). Inoltre, Koller specifica che mentre la conoscenza della nozione di corrispondenza è indicativa della competenza nella lingua straniera, è la conoscenza dell’equivalenza ad essere indicativa della competenza nella traduzione (ivi: 185). Nel tentativo di definire cosa debba essere realmente equivalente, lo studioso delinea cinque tipi di equivalenza:
- L’analisi denotativa, riferita all’equivalenza del contenuto extralinguistico di un testo;
- L’equivalenza connotativa che si concentra sulle scelte lessicali;
- L’equivalenza testo-normativa che rimanda alla scelta del tipo di testo;
- L’equivalenza pragmatica o comunicativa, orientata al ricevente del testo o del messaggio;
- L’equivalenza formale, riferita all’analisi della forma e del carattere stilistico di un testo (ivi: 186-91).
Questa categorizzazione ha gettato le basi per lo sviluppo dell’approccio funzionale e comunicativo dell’analisi traduttologica che ha visto una grande espansione nella Germania degli anni Settanta e Ottanta, oggetto di studio del prossimo articolo.
Bibliografia
Koller, Werner (2004). Einführung in die Übersetzungswissenschaft, Wiebelsheim: Quelle & Meyer.
Jakobson, R. (1994), Aspetti linguistici della traduzione in L. Heilmann, & t. d. Grassi, Saggi di linguistica generale, Milano: Feltrinelli, pp. 56-64.
Newmark, P. (2001), Approaches to Translation, Oxford and New York: Pergamon.
Nida, E. (1964), Toward a Science of Translating, Leiden: E.J. Brill.
Nida, E., & Taber, C. (1982), The Theory and Practice of Translation, Leiden: E. J. Brill.
Wilde, O. (1997), The Importance of Being Earnest in O. Wilde, The Collected Works of Oscar Wilde, Ware: Wordsworth, pp. 663- 715.