Qualche mese fa tornavo a casa da una lezione di Hatha Yoga incentrata sul radicamento e ripensavo alla posizione della montagna, chiamata Tadasana in sanscrito, che la mia insegnante aveva appena spiegato: Tadasana non rappresenta solo il tentativo di fermare la corsa della vita, ma punta al perfetto equilibrio tra radicamento interiore e apertura verso l’esterno, come le montagne che sono ben salde nel terreno, la cui sommità volge però verso l’alto. Mi era tornato in mente che nella mia lista dei preferiti c’era un libro che riportava proprio l’immagine della montagna; si trattava del testo “The Mountain is You” di Brianna Wiest. Decisi di acquistarlo e man mano che procedevo nella lettura, mi resi conto che forse avrei dovuto comprarlo prima, o probabilmente era arrivato nel momento giusto.
Trasformare l’autosabotaggio in autocontrollo
Come possiamo definire l’autosabotaggio? Secondo Wiest si tratta di una cattiva strategia di adattamento che offusca i nostri desideri più profondi consentendoci di assaporare un sollievo temporaneo. La causa di questo meccanismo è associata alla presenza di un bisogno inconscio che viene soddisfatto da un comportamento errato. L’autosabotaggio non è altro che la conseguenza ultima delle nostre paure più recondite che riguardano non solo noi stessi, ma anche il rapporto con il mondo. Nello specifico, la paura astratta si presenta come la rappresentazione simbolica di una paura legittima; ad esempio, la paura di entrare in macchina potrebbe nascondere la paura di muovere la propria vita in avanti e la macchina in funzione non è altro che una rappresentazione simbolica di tutto questo. Se fossimo consapevoli del reale problema, potremmo iniziare a lavorarci sopra, invece di alimentare uno spazio protetto in cui trovare rifugio dalle nostre paure. L’autosabotaggio è strettamente correlato all’immagine che abbiamo di noi stessi, una visione che è stata fortemente influenzata dalla nostra infanzia, dalle nostre esperienze pregresse e da fattori sociali/culturali. È il prodotto inverso del concetto di familiarità, quello che Gay Hendricks chiama “upper limit” e che potremmo intendere come “limite massimo”, la soglia massima di felicità che ci permettiamo di avere. Nel momento in cui le circostanze della vita superano questa soglia, emerge in noi una sensazione di estraneità, di scarsa familiarità con quello che stiamo vivendo, una paura inconscia che ci fa scappare, facendoci credere di non meritare abbastanza.
Una reale guarigione avviene solo quando riusciamo a identificare le credenze limitanti che ci inducono ad accontentarci del minimo indispensabile rispetto a quello che desideriamo veramente. Chiaramente è necessario assumersi la responsabilità di questo processo. Si parte dalla consapevolezza di aver raggiunto il “rock bottom”, il punto più basso, quel momento di rabbia che ci porta a dire: “Non voglio più sentirmi in questo modo. Non accetterò mai più di essere trattato/a così. Non voglio rivivere lo stesso scenario”. (Wiest 2020: 11-34) Quante volte abbiamo ripetuto queste frasi sperando di cambiare il corso degli eventi per poi finire di nuovo in una relazione tossica basata su dinamiche di manipolazione, oppure in un lavoro che non ci soddisfa pienamente o magari in una città in cui non sentiamo alcun senso di appartenenza? Aspettiamo di vivere quel momento di svolta nella vita in cui tutto si metterà a posto, quell’incredibile big bang che riporterà l’ordine nel caos della nostra esistenza. Non è così che funziona, non c’è nessuna conversione sulla via di Damasco, esiste quell’attimo in cui la nostra mente comprende che il reale cambiamento avviene attraverso delle micro-trasformazioni quotidiane che sul lungo termine comportano un nuovo paradigma comportamentale.
Meccanismi di autosabotaggio
L’autrice suggerisce che una delle competenze che dovremmo sviluppare è l’antifragilità, ovvero la caratteristica di un sistema di cambiare e migliorare a fronte di fattori di stress esterni al fine di innescare un nuovo adattamento. In questo scenario, le avversità incontrate si presentano come degli ostacoli che si interfacciano sul nostro cammino per insegnarci qualcosa, perché diciamo la verità, senza quell’intoppo non ci saremmo mai mossi dalla nostra zona comfort, da quello scudo protettivo in cui accettiamo atteggiamenti tossici solo perché sono a noi familiari. (Wiest 2020: 114)
Ecco però che l’ansia inizia presto a farsi sentire. L’ansia è strettamente connessa alla velocità di pensiero; proprio perché ci concentriamo a fondo su una questione, saltiamo subito alle conclusioni peggiori, invece di pensare alle possibili soluzioni che ogni situazione sottintende. Questa perdita di logica sviluppa una sorta di panico che potrebbe trasformarsi in un pattern ricorrente. Per guarire, non dobbiamo arginare il problema, lasciando campo libero all’ansia; dobbiamo recuperare la nostra libertà emotiva e la capacità, o meglio la convinzione, di essere in grado di sbrogliare la matassa. Inferenze sbagliate si realizzano quando vengono prodotte considerazioni scorrette sulla base di un’esperienza valida; se l’ansia primeggia, da uno stimolo innocuo viene estratta una previsione sbagliata, il cervello lavora per identificare il pericolo e tenerci lontani da esso. Tuttavia, più si evita qualcosa perché si ha paura, più la paura cresce. Essere consapevoli di questo aspetto è il primo passo per uscire da questa spirale infinita; il secondo è quello di riscrivere il pattern comportamentale, quasi come se il problema venisse affidato a una terza persona. Avviene in tal senso un’oggettivizzazione del processo che consente di rimuovere ansietà dal disagio sperimentato. (Wiest 2020: 125-132)
È essenziale arrivare alla radice del dolore, scrivere una nuova narrazione che dia colore a quanto vissuto nel passato; possiamo cambiare città, cambiare gruppo di amici, frequentare nuove persone, ma non possiamo scappare da noi stessi. Ciò che è giusto per noi porta chiarezza, ciò che è sbagliato porta confusione. Superare un trauma significa ristabilire il senso di sicurezza nell’area in cui siamo stati traumatizzati; non ha senso usare una strategia compensativa che vada in qualche modo a coprire il senso di vuoto che proviamo. Ad esempio, succede a volte di concentrare tutte le energie sul lavoro pur di evitare di impegnarsi seriamente a ridefinire l’area delle relazioni personali, solo perché magari in passato siamo rimasti scottati o abbiamo vissuto un trauma in quel contesto. Un’esposizione graduale al fattore di stress comporta un effettivo lavoro sulla risoluzione dello stato di ansia. Il trauma è uno stato di funzionamento alterato del cervello che ha attivato la modalità di sopravvivenza, quando in realtà vorrebbe semplicemente tornare allo stato di normalità. (Wiest 2020: 145-158) Essere forti mentalmente ed emotivamente non significa essere positivi ogni giorno o allontanare ogni pensiero negativo; la forza interiore ci consente di vivere a pieno la nostra esperienza umana in tutte le declinazioni a disposizione, belle e brutte. L’obiettivo finale non è ritornare al punto di partenza in cui abbiamo sperimentato il dolore, l’ansia e la sofferenza; l’ultimo sforzo deve essere quello di diventare una nuova persona, concretizzando il diritto di vivere secondo la versione più autentica e migliore di noi:
Let’s be clear about something: becoming the best version of yourself is your natural inheritance. Iti is what you are born to do. Healing is simply releasing the sickness that is the limiting beliefs and fears that are holding you back from doing exactly that. Healing is not about going back to exactly who you were before, because that person wasn’t yet capable of seeing the storm before it hit, and that person didn’t know how to shield themselves from it. […] When you heal completely, you stop tolerating discomfort. When something is wrong, you recognize that it is wrong and take action to fix it because you’ve seen what happens when you don’t. (Wiest 2020: 167-169)
Una chiamata all’azione
In questo lavoro di analisi interiore, non bisogna cadere nell’errore di cercare la perfezione a tutti i costi. Si può inciampare, si può sbagliare, si può fare un passo indietro, si può piangere, si può essere arrabbiati. Validare il proprio stato d’animo ci permette di sviluppare maggiore empatia non solo nei nostri confronti, ma anche in quelli degli altri. (Wiest 2020: 19) Dall’autosabotaggio alla padronanza di sé si passa quando ci rendiamo conto che siamo responsabili di tenere bloccati la nostra vita, ma siamo anche in grado di portarla in avanti, di scalare le nostre montagne interiori. Nel tumulto delle faccende quotidiane, possiamo decidere in ogni momento di tornare a quel posto di pace che alberga dentro di noi; lo facciamo quando interrompiamo il fluire incessante dei pensieri, la calma torna al suo stato originario un po’ come avviene alla superficie del lago nel momento in cui smettiamo di lanciare le pietre che creano le increspature esterne. (Wiest 2020: 212)
Wiest precisa che quello che si verifica nella nostra mente quando ricorriamo all’autosabotaggio è una mancata comprensione del processo neurologico: lasciamo che i nostri pensieri portino delle informazioni alle nostre emozioni senza un’apposita attività di filtraggio che genera una combinazione inesatta dei due fattori. I nostri penseri hanno una valenza solo se sappiamo gestirli nel modo più appropriato, altrimenti ci perdiamo in un labirinto in cui non facciamo altro che affannarci per trovare la via d’uscita, perdendo una grande quantità di energia che potremmo impiegare diversamente. Un piano di azione è fondamentale per costruire un graduale processo di crescita che non avviene in un unico giorno o in un’unica settimana. Nella scalata verso la cima della montagna bisogna fermarsi, prendere fiato, capire quale sia il prossimo percorso da intraprendere, passare all’azione, andare avanti.
Un concetto che mi ha fatto riflettere molto è stato quello del “live for the legacy mindset”. Il termine legacy significa letteralmente “eredità, lascito, retaggio”, in questo caso si riferisce all’insieme di valori, al tipo di influenza che si vuole lasciare non solo nella propria vita, ma anche in quella degli altri. Il più delle volte ciò rappresenta un’intersezione dei nostri interessi, le attività in cui siamo bravi e quello di cui il mondo ha bisogno. Il fine ultimo riguarda il completamento della propria missione di vita, della propria Leggenda Personale per citare una frase dell’Alchimista. In effetti, se ci pensiamo bene alla fine dei nostri giorni non verremo ricordati per il nostro patrimonio, bensì per l’impatto che abbiamo avuto sul mondo in questa breve esistenza.
Nel libro ci sono diversi esercizi che la scrittrice consiglia per definire concretamente questo piano di azione; sono chiamate alla riflessione che spaziano dal lavoro sulle proprie paure fino ad arrivare alla costruzione della persona che vorremmo diventare. È essenziale affrontare questo processo con la massima sincerità e il massimo impegno. Frasi del tipo “Io non ho tempo per queste cose” oppure “Non ci riuscirò mai” non sono ammesse; i ritmi frenetici e gli svariati impegni giornalieri sicuramente non aiutano, ma se non riusciamo a ritagliare un’ora per noi stessi nell’arco di una settimana, di un mese, di un trimestre, ci penserà la vita a farlo al nostro posto. Come? Le stesse situazioni spiacevoli si ripeteranno in maniera costante fino a quando non impareremo a reagire diversamente, a definire i nostri confini a pensare diversamente. Per rompere i vecchi cicli, bisogna eliminare il superfluo, conservare l’essenziale, trasmutare le energie mentali. Le vecchie abitudini non apriranno mai nuove porte.
Personalmente ho tratto grandissimo beneficio dai numerosi consigli riportati nel testo sia in termini di chiarezza sia per quanto riguarda il senso di direzione da intraprendere. Facendo leva sull’abitudine già consolidata di tenere un diario personale, ho ritagliato degli spazi settimanali per completare gli esercizi proposti. E credo di non aver mai investito in modo migliore il mio tempo. Ho rivisto tantissimi eventi del mio passato sotto una luce diversa, ho accolto e attraversato le mie paure, ho stabilito nuovi confini, ho ridefinito le mie coordinate geografiche, ho elaborato le mosse future, consapevole del fatto che il percorso di crescita non è mai lineare. Il blog nasce proprio in seguito a questo tipo di lavoro interiore. Mi sono resa conto che abbandonare l’idea di costruire il mio spazio creativo, un’idea abbozzata per la prima volta anni fa, era un tentativo di autosabotaggio personale. Mi dicevo: “Ora non è il momento giusto, non so da dove iniziare, poi lo farò”. In questo modo però stavo abbandonando una parte di me stessa, stavo reprimendo l’espressione delle mie passioni e dei miei interessi. Da un lato sono state le circostanze della vita che mi hanno costretta a rimodulare la mia prospettiva, dall’altro ho capito che dovevo essere io la persona a innescare il cambiamento, modificando le mie abitudini quotidiane, scegliendo così di focalizzare l’attenzione nella giusta direzione, senza perdermi per strada. A fine anno voglio fare un bilancio di cosa è andato bene, cosa è andato male, cosa si poteva migliorare. Non voglio contare i rimorsi avuti o le occasioni sprecate. La scalata, seppur difficoltosa, permette di progredire e godere di un nuovo paesaggio.
Ecco due esercizi contenuti nel libro.
Esercizio n.1
Prendi carta e penna, scrivi tutte le cose di cui NON sei felice. Scrivi nel dettaglio ogni singolo problema che incontri in ciascun ambito della tua vita (personale, lavorativo, relazionale ecc.). Se hai difficoltà dal punto di vista economico, devi avere un quadro preciso di quello che non va; scrivi ogni debito, ogni uscita, ogni entrata. Se hai difficoltà con la tua immagine personale, scrivi esattamente quello che NON ti piace di te. Se si tratta di ansia, scrivi tutto ciò che ti rende triste o ti annoia.
Devi prima di tutto raggiungere la piena chiarezza di quello che non vuoi nella tua vita. Arrivati a questo punto, hai una scelta: puoi fare pace con questo stato di cose, oppure puoi impegnarti per un cambiamento. L’indecisione è ciò che ti blocca.
Inizia a porti le giuste domande: perché ti senti così? Cosa sta cercando di comunicarti questo sentimento dentro di te? C’è qualcosa che hai bisogno di imparare?
(Wiest 2020: 22-66)
Esercizio n.2
Il primo passo per diventare la versione migliore di te stesso/a è quello di visualizzare letteralmente questa persona all’interno del tuo contesto attuale.
Inizia a chiederti: cosa farebbe la versione migliore di me adesso? Cosa farebbe oggi? Come risponderebbe a questa sfida? Come riuscirebbe ad andare avanti? Quali sarebbero i suoi pensieri? Quali i suoi sentimenti?
Utilizza un foglio di carta o un supporto digitale per mettere a fuoco questi punti in maniera precisa e dettagliata.
Nel momento in cui raggiungi una visione chiara del tuo Sé ideale, dovresti considerare quali abitudini, tratti e comportamenti ti stanno precludendo nell’incarnare a tutti gli effetti questo tipo di persona. Valuta in un secondo momento le modifiche che potresti apportare nella tua quotidianità per instaurare un nuovo paradigma mentale e comportamentale. (Wiest 2020: 184)
Esempio
Piano del pensiero: voglio avere un corpo tonico e in salute.
Ostacolo: un’alimentazione sbagliata e una scarsa attività fisica mi impediscono di raggiungere questo obiettivo.
Soluzione: Cosa posso fare? Migliorare le mie scelte alimentari e allenarmi con costanza.
Piano dell’azione: seguire un piano alimentare equilibrato + iscriversi in palestra cercando di mantenere l’impegno preso (alternativa: allenamento a casa).
Ricorda di innamorati del processo, non del risultato finale.
Nell’audio sottostante leggo un breve estratto del libro che risuonava costantemente nella mia mente in un momento di transizione importante in cui dovevo ridefinire la mia direzione.
Bibliografia
Wiest, B. (2020), The Mountain is You, Los Angeles: The Thought & Expression Company LLC