Il Principe Felice consiglia: Intelligenza emotiva- Che cos’è e perché può renderci felici di Daniel Goleman

11 Mag , 2025 - Crescita personale,Consigli di lettura

Il Principe Felice consiglia: Intelligenza emotiva- Che cos’è e perché può renderci felici di Daniel Goleman

Era una mattina di maggio di otto anni fa quando decisi di fare un salto in libreria per comprare un nuovo libro. Curiosando tra gli scaffali, vidi in alto una copertina rossa in netto contrasto con il resto. Era rimasta una sola copia. Avevo letto dei pareri estremamente positivi in riferimento a questo testo, definito come una di quelle letture necessarie e indispensabili per migliorare la propria vita. Lo presi senza pensarci troppo e lo portai a casa. Iniziai a leggerlo nei momenti liberi dagli impegni universitari, senza sapere che le nozioni contenute nel libro sarebbero state preziosissime in previsione della grande tempesta che stava per arrivare. Mi stavo preparando per gli esami della sessione estiva, ma nell’estate del 2017 la vita aveva altri programmi per me: arrivò la diagnosi di una malattia reumatologica che mi costrinse ad affrontare un lunghissimo ricovero di due mesi; il mio corpo stava combattendo contro una febbre che proprio non voleva scendere, mentre i dolori articolari e muscolari non mi consentivano di camminare. In quel contesto, la gestione delle emozioni si è trasformata in una prova di forza, coraggio e resilienza. Nell’attesa di miglioramenti che tardavano ad arrivare, i consigli di Goleman riecheggiavano nella mia mente.

Perché è così importante l’intelligenza emotiva? Di cosa si tratta?

Definizione di intelligenza emotiva

I primi a parlare di intelligenza emotiva sono stati Peter Salovey e John D.Mayer nell’articolo “Emotional Intelligence” pubblicato nel 1990 sulla rivista Imagination, Cognition and Personality. I due professori definiscono l’intelligenza emotiva come “la capacità di controllare i sentimenti ed emozioni proprie e altrui, distinguere tra di esse e di utilizzare queste informazioni per guidare i propri pensieri e le proprie azioni”.

Successivamente lo psicologo statunitense Daniel Goleman riprese questo concetto, partendo dal presupposto secondo il quale la visione dell’intelligenza non poteva essere ristretta solo all’ambito delle capacità cognitive e intellettuali, ma doveva necessariamente essere estesa anche alla sfera delle emozioni. Nel 1995, pubblicò il libro “Intelligenza emotiva: che cos’è e perché può renderci felici“, rimarcando l’importanza di questo concetto in ambito psicologico, sociale, educativo e lavorativo.

L’intuizione di Goleman risiede nell’aver individuato una connessione profonda tra la mente razionale e la mente emozionale di ciascun individuo, un legame importante nello sviluppo di ogni esperienza di vita: la prima rappresenta la modalità di comprensione della realtà di cui siamo consapevoli, una facoltà che ci consente di ponderare e riflettere; la seconda costituisce un sistema di conoscenze impulsivo e potente. Questa differenza si collega alla famosa dicotomia mente/cuore che contribuisce in egual modo alla costruzione della realtà. Riprendendo le ricerche di Joseph LeDoux, lo studioso sottolinea dal punto di vista anatomico l’influenza dell’amigdala (gruppo di strutture interconnesse a forma di mandorla, posto sopra il tronco cerebrale, vicino alla parte inferiore del sistema limbico) nella gestione dei processi emotivi, conferendole il ruolo di sentinella delle emozioni, in grado all’occorrenza di “sequestrare” il cervello:

Gli input sensoriali provenienti dall’occhio o dall’orecchio viaggiano dapprima diretti al talamo e poi- servendosi di un circuito monosinaptico-all’amigdala; un secondo segnale viene poi inviato dal talamo alla neocorteccia- il cervello pensante. Questa ramificazione permette all’amigdala di cominciare a rispondere prima della neocorteccia; quest’ultima, infatti, elabora le informazioni attraverso vari livelli di circuiti cerebrali prima di poterle percepire in modo davvero completo e di iniziare infine la sua risposta che risulta quindi molto più raffinata rispetto a quella dell’amigdala. (Goleman 2016: 42)

Da questo passaggio risulta evidente come le emozioni abbiano un ruolo importante nel guidare le nostre decisioni, in stretta collaborazione con la mente razionale che rende possibile il pensiero logico. Un’eccezione è rappresentata dal caso in cui le emozioni eludono questo tipo di controllo e prendono il sopravvento con una certa prepotenza. Chi ha visto il film Inside Out 2, sa bene cosa succede a Riley quando l’ansia gestisce da sola i comandi che guidano le azioni della ragazza. Il respiro si fa corto, la pressione sul petto diventa sempre più forte, la vista sembra quasi annebbiata. Il sistema va completamente in tilt, generando un attacco di panico che offusca tutte le altre funzionalità. Il video sottostante descrive bene questo sequestro emotivo che parte proprio dall’amigdala.

Di fatto avviene un sequestro emotivo ogni volta che iniziamo a pensare allo scenario peggiore anche quando non ci sarebbe bisogno di farlo. C’è una buona notizia: è possibile invertire la rotta.

Le abilità fondamentali dell’intelligenza emotiva

La competenza emozionale non costituisce un’entità preesistente e predefinita, ma si presenta come un’abilità che può essere sviluppata nel tempo. Per fare ciò, è necessario comprenderne gli elementi costitutivi, in modo tale da individuare quei mattoncini essenziali per costruire le basi di uno sviluppo sano e completo. Goleman riserva molto spazio alla riflessione sulla natura dell’intelligenza emotiva, citando diversi studi scientifici e rapportandoli sempre agli eventi reali della vita quotidiana.

Integrando la prospettiva di Salovey con la teorizzazione delle intelligenze multiple di Gardner, lo psicologo statunitense estende il concetto di intelligenza intrapersonale (la capacità di riconoscere e comprendere emozioni e sentimenti propri) e intrapersonale (in riferimento alle emozioni altrui) a cinque ambiti principali:

  1. Conoscenza delle proprie emozioni;
  2. Controllo delle emozioni;
  3. Motivazione di sé stessi;
  4. Riconoscimento delle emozioni altrui;
  5. Gestione delle relazioni.

Un’intelligenza emotiva ben sviluppata deve possedere delle caratteristiche fondamentali per migliorare la vita individuale e sociale. Goleman propone cinque coordinate principali:

  1. Nel quarto capitolo Conosci te stesso, l’autoconsapevolezza, ovvero “la capacità di riconoscere un sentimento nel momento in cui si presenta” viene definita come la chiave di svolta dell’intelligenza emotiva. La conoscenza dei propri stati d’animo e delle proprie emozioni induce le persone a gestire al meglio la propria vita, perché sono in grado di avere “una percezione più sicura di ciò che realmente provano riguardo a decisioni che possono spaziare dalla scelta del coniuge all’attività professionale da intraprendere”. (Goleman 2016: 79)
  2. Nel quinto capito Schiavi delle passioni, il focus viene spostato sull’autocontrollo, la capacità di controllare i sentimenti in modo da garantire una risposta appropriata dell’individuo. Coloro che dimostrano di possedere un buon livello di controllo emotivo riescono a riprendersi molto più agilmente dai colpi della vita; in caso contrario, si innesca un loop emotivo di ansia, irritabilità e tormento interiore.
  3. Nel sesto capitolo Intelligenza emotiva: una capacità fondamentale, si affronta la riflessione sulla motivazione, descritta come la capacità di controllare e gestire le proprie emozioni per il raggiungimento di un determinato obiettivo, senza farsi sopraffare dagli impulsi.
  4. Nel settimo capitolo Le radici dell’empatia, si passa alla discussione di una “capacità basata sulla consapevolezza delle proprie emozioni, fondamentale nelle relazioni con gli altri”, specificando i rischi legati al costo sociale dell’analfabetismo emozionale e le ragioni per le quali l’empatia è fonte di altruismo. (Goleman 2016: 79)
  5. Nell’ottavo capitolo Le arti sociali, lo psicologo definisce “l’arte delle relazioni” come “la capacità di dominare le emozioni altrui”, un’abilità in grado di aumentare l’efficacia dei rapporti umani, promuovendo al contempo doti di leadership. (Goleman 2016: 80)

Consapevolezza di sé (autoconsapevolezza), dominio di sé (autocontrollo), motivazione, empatia e abilità sociale sono dunque, per Goleman, le cinque caratteristiche fondamentali dell’intelligenza emotiva, i capisaldi essenziali su cui la società, la famiglia e la scuola possono lavorare per contribuire al bene della persona e della collettività.

Nel dettaglio, Goleman si concentra in particolar modo su autoconsapevolezza, autocontrollo ed empatia poiché ritiene che svolgano un ruolo chiave nella formazione della competenza emotiva, un percorso che parte dall’infanzia e si sviluppa per tutta la vita.

Uno sguardo sull’empatia

L’empatia è l’abilità che ci permette di relazionarci con gli altri e di connetterci in maniera profonda con il loro sentire interiore. Non è un caso che l’etimologia della parola empatia derivi dal prefisso greco en-, ovvero dentro, e il sostantivo pathos, cioè sofferenza: dentro la sofferenza. Citando gli studi di Martin Hoffman, Goleman considera questa capacità, condivisa anche con alcune specie animali, alla base di ogni rapporto umano, riscontrabile già nella fase di sintonizzazione tra madre e figlio ed estendendosi poi alla vita adulta:

Questa capacità, che ci consente di sapere come si sente un altro essere umano, entra in gioco in moltissime situazioni, da quelle tipiche della vita professionale- si pensi alla giornata lavorativa di un venditore o di un dirigente- a quelle della vita privata- le relazioni sentimentali e i rapporti fra genitori e figli- o ancora, nella compassione e nell’azione politica. Anche l’assenza di empatia è significativa: essa si osserva nei criminali psicopatici, negli stupratori e nei molestatori di bambini. (Goleman 2016: 165)

L’assenza di empatia si traduce in alessitimia, un disturbo che rende difficile riconoscere, identificare e descrivere verbalmente le proprie emozioni e quelle altrui. Le persone affette da alessitimia mostrano una mancanza dell’autoconsapevolezza, senza la quale nessuna forma di autocontrollo o di empatia sarebbero possibili. Queste persone si trovano di conseguenza in balìa del proprio stato d’animo. Diventa quindi essenziale, per tutta la società, diffondere una cultura dell’empatia, indirizzata alla valorizzazione delle relazioni positive al fine di mettere in atto non solo dei comportamenti cooperativi, ma anche prosociali.

Questo lavoro inizia durante l’infanzia. In letteratura scientifica esistono numerosi studi che dimostrano le conseguenze psicologiche del comportamento dei genitori sui propri figli. Ciò avviene perché il modello comportamentale di riferimento viene introiettato in maniera inconscia dai bambini che selezionano informazioni sulla formazione della propria autostima e sul rapporto con gli altri in base a quello che vedono, sentono e percepiscono nel rispettivo contesto familiare. Appare evidente come una vita familiare guidata dalla rigidità e dalla repressione delle emozioni abbia un impatto negativo sulla salute emotiva degli individui che da grandi avranno difficoltà ad esprimere la propria vulnerabilità, oppure svilupperanno delle strategie di compensazione per colmare il vuoto emotivo della loro infanzia; al contrario, un ambiente familiare, basato sulla comprensione empatica e sulla consapevolezza emotiva, è fonte di grande aiuto per il bambino che assorbe, come una spugna, anche il modo in cui i membri di una coppia gestiscono i propri sentimenti reciproci. In tal senso, Goleman precisa:

La qualità delle relazioni di un individuo, oltre alla quantità, sembra essere un fattore chiave pe tamponare lo stress. Le relazioni negative hanno un costo. Le liti coniugali, ad esempio, hanno un impatto negativo sul sistema immunitario. […] John Cacioppo, lo psicologo della Ohio State University che effettuò lo studio, mi disse: «La relazione davvero fondamentale per il tuo benessere è quella più importante, quella con la persona che vedi dalla mattina alla sera. E più questa relazione è significativa nella tua vita, più essa sarà importante per la tua salute». (Goleman 2016: 294)

Se il bambino cresce in un ambiente emotivo sicuro, da grande replicherà lo stesso atteggiamento mentale di fronte agli inevitabili ostacoli della vita, ma soprattutto sarà in grado di riconoscere la differenza tra emozioni negative ed emozioni positive, operando contemporaneamente scelte realmente funzionali alla propria crescita, senza cadere nella trappola del sequestro emotivo.

Mente e medicina

Mettersi nei panni degli altri è un tipo di atteggiamento mentale valido nella vita di tutti i giorni, specialmente quando una persona sta affrontando un periodo difficile, come accade a causa di un problema di salute. Nel capitolo undici del libro intitolato Mente e medicina, lo psicologo si sofferma proprio sui legami tra emozioni e salute del corpo.

L’attenzione viene posta su un punto in particolare: “La grande fragilità emotiva del malato dipende dal fatto che il nostro benessere mentale si basa in parte sull’illusione di essere invulnerabili. La malattia- soprattutto se grave- manda in pezzi quest’illusione, sferrando un duro attacco alla nostra rassicurante convinzione di un mondo tutto nostro, protetto e sicuro. Improvvisamente ci sentiamo deboli, impotenti e vulnerabili.” (Goleman 2016: 267).

Credo che questo sia un passaggio in cui ci possiamo facilmente identificare, perché quando ci troviamo a dover fare i conti con una malattia, di qualsiasi tipo e natura, il nostro mondo perfetto crolla in un’istante. Perdiamo quella quotidianità a cui non diamo mai la giusta importanza, ci sentiamo deboli, chiusi in una prigione mentale senza uscita. Il problema aumenta quando medici e infermieri ignorano le condizioni emotive dei pazienti, focalizzandosi esclusivamente sulle condizioni fisiche. Si genera conseguenzialmente una distanza emotiva che spesso si traduce in un invito alla disperazione. Ogni interazione tra paziente e personale medico può rappresentare invece un’occasione di scambio in cui far prevalere il conforto e il sollievo rispetto a determinate preoccupazioni alimentate dalla paura. Numerosi report scientifici testimoniano l’efficacia dell’empatia nel rapporto medico-paziente, una capacità che di fatto può incidere in maniera significativa sul successo della terapia. Al tempo stesso, è vero anche il contrario: le emozioni tossiche indeboliscono l’efficienza del sistema immunitario, incrementando uno stato costante di tristezza, insicurezza, ansia e pessimismo con possibili danni sul sistema cardiovascolare. Arricchire l’assistenza medica con l’intelligenza emotiva è la strada da seguire verso la costruzione di una medicina più umana.

In virtù di tutte queste considerazioni, appare sempre più stringente la necessità di rivedere la qualità delle relazioni di ciascun individuo. Bisognerebbe sempre privilegiare le persone che hanno un impatto positivo nella nostra vita e tagliare con fermezza i legami che ostacolano il nostro benessere. I periodi difficili della vita, tra cui rientrano anche le malattie e le eventuali degenze in ospedale, hanno un risvolto significativo: in queste fasi riusciamo a capire chi ci vuole davvero bene, chi vuole rimanere al nostro fianco nonostante il caos e l’incertezza. Basta poco. Basta un messaggio di sincero incoraggiamento, un regalo pensato per risollevare l’umore, un mazzo di fiori, piccoli pensieri che traducono un messaggio di vicinanza: “Lo so che stai vivendo un momento difficile, ma non sei solo/a ad affrontare questa difficoltà.” Ricordo ancora, proprio durante quel lunghissimo ricovero, le parole di una signora con cui ho condiviso per qualche giorno la stanza in reparto. Prima di andare via, si è avvicinata a me augurandomi il meglio per il mio presente e il mio futuro. Sono passati anni, eppure conservo un ricordo molto vivido di quel momento per l’emozione che le sue parole hanno suscitato in me. Quella signora aveva dei seri problemi alla vista, eppure è stata capace di vedere dentro di me, di leggermi nel profondo, regalandomi una grande lezione di umanità che mi ha fatto capire quanto sia essenziale mostrare la propria vicinanza agli altri nei periodi difficili.

Il confronto con le proprie emozioni non è mai un percorso lineare che dal punto A porta al punto B. Semmai, l’immagine più appropriata è quella di una corsa sulle montagne russe con salite faticose e discese ripide. In fin dei conti è la vita stessa ad essere caratterizzata da momenti alti e bassi, perché gioia e dolore sono due facce della stessa medaglia. In tempi di modernità liquida dove la natura dei rapporti cambia costantemente, il lavoro interiore sulla gestione delle emozioni è sempre più urgente. I benefici sono innumerevoli, ma tutto parte da una scelta: quella di instaurare un dialogo con il proprio sentire, con i propri stati d’animo, invece di reprimerli continuamente. Ciò che reprimiamo verrà sempre fuori, non ci sono via di fuga. Allora tanto vale, osservare senza assorbire, comprendere le proprie emozioni prima ancora di mettersi nei panni degli altri, accoglierle e accettarle con dolcezza.

Personalmente in questi ultimi anni, l’intelligenza emotiva si è tradotta per me in un lavoro incentrato sull’emozione della paura. Mi sono chiesta quanto la paura abbia rappresentato un blocco dal punto di vista personale, lavorativo e relazionale. Ho capito che le paure che decidiamo di non affrontare si trasformano in limiti, in ostacoli che con il tempo si fanno sempre più grandi. Tutte le volte che mi sono lasciata guidare dal mio istinto, mettendo a tacere la voce della paura, l’impatto è stato meno pesante di quello che avevo immaginato (anzi, molte volte sono arrivati degli aiuti inaspettati a sostegno della scelta intrapresa); al contrario, quando ho seguito solo la voce della razionalità, credendo di avere la situazione sotto controllo, tutto quello che poteva andare male è andato male. Tuttavia, dietro il crollo dell’aspettativa si nasconde sempre un insegnamento: l’opportunità di reindirizzamento verso la costruzione di una realtà in cui è possibile davvero riconoscersi. Dico sempre che se c’è una strada per entrare, c’è anche una via per uscire. Essere emotivamente intelligenti significa rendersi conto di aver fatto scelte sbagliate, di aver lasciato che la paura prendesse il sopravvento in situazioni che avrebbero potuto avere un risvolto diverso, significa ammettere di aver preso la direzione sbagliata, ma significa soprattutto concedersi un’altra possibilità, la possibilità di costruire un nuovo percorso… più maturo, più consapevole, più felice.

Nella seconda parte dell’articolo ti propongo un esercizio di intelligenza emotiva e uno spunto musicale interessante. In fondo all’articolo trovi il link dal quale poter scaricare la versione e-book del libro. 

Esercizio: attiva il testimone

Nelle giornate in cui siamo presi da mille impegni e imprevisti, è facile cadere nella trappola delle emozioni. Ci identifichiamo totalmente con i pensieri negativi e gli stati d’animo provati in quel momento, innescando di fatto un sequestro emotivo.

L’attivazione del testimone, ovvero dell’osservatore interno distaccato, ci consente di riportare l’attenzione sul momento presente e di interrompere la spirale di negatività che una situazione ha provocato in noi.

Quando ci accorgiamo che una determinata emozione (paura, rabbia, ansia ecc.) sta prendendo il sopravvento in maniera incontrollata, possiamo iniziare con un esercizio di respirazione triangolare:  si inspira per 5 secondi, si trattiene il respiro per altri 5 secondi e poi si espira per 5 secondi, continuando fino alla diminuzione dell’attivazione emotiva.

Si passa all’ascolto della voce interiore che è costantemente attiva nella nostra testa, quella voce pronta a giudicare, commentare e rimuginare. Presa consapevolezza di questa voce, si cerca di sviluppare una sorta di distacco nei suoi confronti, fino a silenziarla del tutto.

Raggiunto uno stato di maggiore tranquillità, si procede con l’osservazione attiva di ciò che accade a livello fisico, mentale ed emozionale attraverso una scansione mirata della singola emozione.

Inizia a chiederti:

  1. Cosa è successo al mio corpo quando ho iniziato a provare quell’emozione?
  2. Cosa ha innescato quel tipo di reazione? Qual è la causa che mi ha portato a reagire in quel modo?
  3. Come influisce l’emozione attivata sul rapporto che ho con me stesso? Come influenza anche il rapporto con gli altri?
  4. Quali sono state le conseguenze della mia risposta emotiva? Avrei potuto avere una reazione diversa?
  5. Qual è il tipo di atteggiamento mentale che dovrei integrare per migliorare la situazione?

È consigliabile utilizzare un foglio di carta o un supporto digitale per rispondere a queste domande con la massima sincerità, ma senza cadere nell’errore di giudicarsi in maniera severa.

Ricorda sempre che il testimone non giudica, osserva, rende conscio l’inconscio, integra ombre e luci. Coltivare l’intelligenza emotiva significa incorporare un buon livello di autoconsapevolezza per gestire al meglio il proprio benessere emotivo. È un investimento quotidiano che sul lungo termine porta grandi cambiamenti.

Intelligenza emotiva in musica

Nel paragrafo sull’empatia, si accennava al rischio dell’alessitimia, la difficoltà di identificare, descrivere ed esprimere verbalmente le proprie emozioni. Pentothal, una canzone di Marracash, descrive bene il senso di vuoto costante che si può sviluppare in assenza di consapevolezza emotiva. La strategia di sopravvivenza messa in atto dalla persona è l’anestesia emotiva, rimarcata dal titolo stesso della canzone che si riferisce proprio ad un farmaco anestetico. Si cerca di colmare il senso di vuoto rifugiandosi nelle relazioni, ricercando le stesse persone e ottenendo gli stessi risultati fallimentari, perché quel vuoto richiede in realtà un altro tipo di lavoro che parte dalla consapevolezza delle proprie emozioni/ pattern comportamentali per arrivare ad un cambiamento della propria realtà. Ciò che proviamo dentro viene riflesso fuori.

Bad thoughts di Rachel Platten si apre con la descrizione di uno stato emotivo molto forte: “Qualcuno può controllare che la stanza non stia girando? Sembra che l’ossigeno si stia assottigliando. I mostri nella mia testa continuano a vincere.” La persona si sente schiacciata dal peso della vita. Anche respirare è diventato difficile. Si verifica però uno scatto di autoconsapevolezza, una componente fondamentale dell’intelligenza emotiva: “Solo perché penso a qualcosa non significa che sia vero. Ci sono già passata e ho superato questo momento”. Lavorando sul respiro, chiedendo a sé stessa di avere calma e pazienza, la persona si rende conto di essere più forte dei pensieri negativi, più “luminosa della luce che le vogliono rubare”. Si innesca una nuova convinzione, rimarcata da frasi potenzianti (“Sono più grande dei miei pensieri negativi”), descrivendo una sorta di profezia positiva che si autoavvera e presto, molto presto, starà meglio.

Cliccando su questo link è possibile scaricare il testo in formato pdf: https://www.psicopolis.com/psicopedia/boxpdf/Intelligenza%20emotiva%20-%20Daniel%20Goleman.pdf

P.S.: Volevo ringraziare i lettori per aver accolto con entusiasmo i contenuti che ho condiviso in questa rubrica. Attraverso i vari social ho ricevuto dei feedback positivi che sicuramente rappresentano una fonte di motivazione importante. Ci tengo a precisare che tutti i consigli proposti li ho provati in prima persona e molti fanno ormai parte delle mie abitudini quotidiane. Credo fortemente nel potere curativo delle parole e se avrò aiutato o ispirato anche solo una persona a migliorare il proprio percorso, vorrà dire che sarò stata fedele ai miei valori, al mio progetto, alla mia visione.

Con gratitudine,

Maria Rita

Bibliografia

Goleman, D. (2016), Intelligenza emotiva- Che cos’è e perché può renderci felici, Rizzoli: Milano


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