Il Principe Felice consiglia: Ci vediamo per un caffè di Toshikazu Kawaguchi

17 Ago , 2025 - Consigli di lettura,Crescita personale,Letteratura

Il Principe Felice consiglia: Ci vediamo per un caffè di Toshikazu Kawaguchi

Invitare qualcuno per un caffè è uno dei gesti di convivialità per eccellenza che si trasforma in un’occasione per condividere un momento di relax con gli altri, festeggiare una bella notizia, concludere un pasto in bellezza. Spesso rappresenta un tentativo mascherato di rompere il ghiaccio e iniziare una conversazione con una persona conosciuta da poco, inaugurando nuove amicizie oppure consolidando quelle già esistenti.

In Giappone esiste una curiosa leggenda metropolitana collegata alla sedia della caffetteria di una città intorno alla quale ruota il libro Ci vediamo per un caffè (2023) di Toshikazu Kawaguchi, divenuto in poco tempo un grande successo letterario. Se ti siedi su quella sedia, hai l’opportunità di viaggiare nel tempo in qualsiasi momento. Tuttavia, esistono sei regole che devono essere rispettate con rigore:

  1. Le uniche persone che si possono incontrare nel passato sono quelle entrate nella caffetteria.
  2. Qualunque cosa si faccia quando si è nel passato, non cambierà il presente.
  3. Un cliente è sempre seduto sulla sedia che riporta nel passato; questo significa che bisogna aspettare finché non si alza.
  4. Quando si arriva a destinazione, non bisogna alzarsi dalla sedia.
  5. Il viaggio comincia quando il caffè viene versato nella tazza e dura finché il caffè è caldo.

(Kawaguchi 2023: 7)

Viaggio nel tempo

Per raggiungere il passato, basta seguire l’aroma del caffè che riporterà la persona in un momento già vissuto, un momento in cui avrebbe voluto agire diversamente, quell’istante in cui ha dato la risposta sbagliata oppure ha scelto il silenzio quando invece avrebbe voluto dire qualcosa di importante. I personaggi rappresentati raccontano storie diverse tra loro, seppur accomunate dal desiderio di rievocare il passato per poterlo vivere sotto una luce diversa e vivere serenamente il presente.

In questo articolo ho scelto di focalizzarmi sulla prima storia intitolata Il marito che aveva ancora una cosa importante da dire. Si tratta del professor Kadokura, un archeologo di fama internazionale che ha ottenuto numerose soddisfazioni grazie al suo lavoro, ma nel farlo, ha trascurato la moglie e i figli. Il suo rimpianto è dovuto al fatto di non essere stato completamente sincero con la moglie che, a causa di un incidente, ha subito un danno cerebrale e si trova in uno stato vegetativo. Venticinque anni prima, si trovavano insieme in questa caffetteria e in quell’occasione scattarono una foto con una fotocamera istantanea, diventata un amuleto portafortuna.

Kadokura apprende che se decidesse di tornare nel passato, non potrebbe cambiare lo stato attuale delle cose, qualsiasi cosa si faccia o si dica. La postilla di questa regola prevedeva però la possibilità di poter accedere ai ricordi delle persone, producendo un effetto sulla memoria. Il tempo dell’incontro era regolato dalla temperatura del caffè che andava necessariamente bevuto ancora caldo per evitare di essere trasformati in un fantasma (come il cliente che occupa sempre il posto nella caffetteria) e trascorrere la propria esistenza in quel luogo.

Nel locale non c’era musica. L’unico suono che si sentiva era il ticchettio dei tre grandi orologi da parete che scandivano il tempo e accompagnavo i clienti in questo viaggio temporale. L’archeologo accetta di seguire le regole per iniziare l’esplorazione nella coscienza del suo passato. Nel momento in cui il caffè speciale viene versato nella tazza, il vapore comincia a deformarsi e incresparsi, conducendo l’uomo in uno spazio indefinito in cui incontra Mieko, la moglie. Dal racconto emerge la descrizione di una donna dal carattere taciturno, attenta alla gestione della casa e dei figli, sempre pronta ad accogliere il marito al ritorno dalle sue spedizioni e ad ascoltarlo, seguendo i suoi aneddoti interminabili, di cui in realtà non capiva molto. I figli hanno fatto notare più volte al padre il suo comportamento scorretto, ma Kadokura si rende conto degli errori commessi solo quando al rientro da un lungo viaggio, trova Mieko in un letto di ospedale con una prospettiva di vita di circa un anno. Grazie al potere del caffè, il protagonista riesce a tornare al momento antecedente all’incidente. Vorrebbe cambiare la tempistica e la dinamica di quello che sarebbe accaduto, ma non può. Incontra nella caffetteria la moglie e i figli, anticipa loro gli avvenimenti futuri, scatenando un clima di rabbia e confusione. In tutto questo, la temperatura del caffè segnala che rimaneva ormai poco tempo. Non aveva più senso decidere cosa fosse giusto o sbagliato, bisognava semplicemente rivelare il non detto, ciò che veniva taciuto da troppo tempo. Parlando con la moglie, Kadokura inizia la sua confessione dicendo:

«Ho fatto quello che volevo fare sempre e comunque.»

«Sì.»

«Per questo pensavo di non avere nessun rimpianto nei miei sessantasette anni di vita.»

«Direi di no.»

«Questo, finché tu non sei entrata in stato vegetativo.»

«Oh, cielo.»

Mieko mi guardò con assoluta sorpresa.

«Sono rimasto sorpreso anch’io. È stata la prima volta che me ne sono reso conto, quando sei entrata in quello stato. Che avevo dei rimpianti. È stata la prima volta che mi sono sentito così. Ma in futuro non potrò parlarti di nulla. Per questo sono venuto. C’è una cosa che voglio dirti.»

«Dire a me?»

«Sì.»

«Okay, ti ascolto.»

«La mia vita insieme a te mi rendeva felice.»

Erano le parole che rimpiangevo di non poterle più dire. Una volta che Mieko era entrata in stato vegetativo, potevo parlare quanto volevo, certo, ma non potevo più dirle nulla.

«Non ho mai detto nulla di simile prima d’ora, quindi magari non mi crederai. Volevo che tu sapessi che ero felice grazie a te. Volevo dirtelo. Ero felice. Grazie. Non volevo dirti altro che questo.»

(Kawaguchi 2023: 44)

Al termine di questa confessione, Kadokura beve il caffè tutto d’un fiato. Ancora pochi secondi e si sarebbe raffreddato. Questo caffè speciale aveva un aroma piuttosto amaro, ma in questo caso l’amarezza si era contrapposta alla dolcezza delle ultime parole di Mieko che, riferendosi al suo matrimonio, dice: “Sono sempre stata felice.” Tornato fisicamente nella caffetteria, l’archeologo lascia in fretta il posto per recarsi in ospedale, sedendosi accanto al letto dove giaceva la moglie. Il viaggio nel passato gli aveva consentito di liberarsi dei rimpianti, conservando viva la speranza che Mieko potesse svegliarsi.

Trasformare il rimpianto in una guida

Il primo episodio della caffetteria insegna che imparare dai propri errori è la chiave per guardare al futuro, sebbene sia impossibile cambiare quel che è stato. Il tema del rimpianto caratterizza l’impianto narrativo dell’opera e viene declinato secondo sfumature relazionali diverse. Identificarsi con queste storie è piuttosto facile, perché in fin dei conti tutti abbiamo sperimentato una situazione in cui avremmo voluto che le cose fossero andate diversamente. A volte si prova il rimpianto di aver detto troppo, rovinando così un rapporto che durava da anni, altre volte affiora il rimpianto di aver detto poco, o nulla affatto, perdendo invece l’opportunità di creare un nuovo legame. Quante volte abbiamo pensato: “Ah, se potessi tornare indietro, mi comporterei sicuramente in un altro modo/avrei detto delle cose diverse!”. La brutta notizia è che, per quanto l’intenzione sia nobile, non si può tornare indietro nel passato con la speranza di poter modificare il presente. La buona notizia è che possiamo fare tesoro di quanto successo in precedenza per cambiare il nostro atteggiamento nei confronti di una determinata situazione o persona. Spesso si crede che il rimpianto viva solo nel passato, ma di fatto limita anche la serenità del presente.

Il rimpianto, la cui etimologia si rifà al verbo rimpiangere, composto da “rin-” (un prefisso che indica ripetizione o intensità) e “piangere”, descrive un senso di colpa per qualcosa che è stato perso o non realizzato. Tuttavia, la colpa può avere un ruolo positivo se diviene la nostra guida, se non è eccessiva e abituale. Bisogna imparare a lavorare sui sensi di colpa cercando di capire da cosa il nostro agire è stato influenzato in un certo periodo del passato, quali forze guidavano il nostro comportamento. È come se ci trovassimo di fronte ad un incrocio in cui abbiamo la possibilità di continuare a rimuginare sugli errori passati, oppure scegliere una strada alternativa in cui cerchiamo di trasformare uno sbaglio in un insegnamento utile per concretizzare scelte migliori che ci aiuteranno a non costruire oggi i rimpianti di domani. In fin dei conti, ogni percorso di crescita si basa su questo tipo di evoluzione.  

Concludo con una domanda che può diventare un ottimo esercizio di visualizzazione: se tu avessi l’opportunità di sederti sulla sedia della caffetteria con la possibilità di incontrare di nuovo una determinata persona a cui non hai detto delle cose importanti per paura o mancata consapevolezza, accetteresti o lasceresti ancora il discorso in sospeso? Cosa diresti questa volta? Prova a visualizzare questa scena nella tua mente, partendo dall’intento di esprimere quello che provi dentro con estrema sincerità. Sai che non puoi cambiare il passato, però potrai liberarti dal senso di colpa di aver nascosto i tuoi sentimenti, arrivando così a vedere il presente da una prospettiva diversa e più serena. Magari potresti scoprire, come i personaggi di queste storie, una verità sorprendente in grado di gettare nuova luce su qualcosa di inaspettato.

Bibliografia

Kawaguchi, T. (2023), Ci vediamo per un caffè, Mauri Spangol: Milano

P.S.: Se questo libro avesse una colonna sonora, per me sarebbe sicuramente “Ancora qui” di Elisa, scritta per il film Django Unchained di Quentin Tarantino, con musiche dell’immenso maestro Morricone. In un’intervista al Corriere della Sera, si apprende che per il processo di scrittura, Morricone ha suggerito a Elisa di ispirarsi a un ricordo forte del passato e così ha scritto il testo pensando a uno dei suoi amici d’infanzia morto di leucemia. Attraverso una dimensione sonora quasi eterea, la canzone descrive il collegamento tra due spazi temporali distanti, seppur strettamente legati dal ricordo di un eterno ritorno: “E quel che è stato, è stato ormai. E con gli stessi occhi sembri ritornare a chiedermi di me, di come si sta, e in questo strano mondo come va. Ritornerai, ritornerò. Ricorderai, ricorderò”.  


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